Lo sguardo femminile sulla questione medica

Le donne, se vogliono contare nella professione, devono esprimere un proprio pensiero autonomo e dimostrare il loro valore. Lo ha sostenuto il professor Ivan Cavicchi, docente all’Università Tor Vergata di Roma, all’apertura del convegno Questione medica al femminile,organizzato dall’OMCeO bolognese il 19 maggio scorso.
Una giornata di studi, alla presenza delle 11 donne presidenti di Ordini in Italia, del vicepresidente della FNOMCeO Giovanni Leoni, che ha sostituito il presidente Filippo Anelli, e, per l’Ordine veneziano, di Ornella Mancin, per riflettere sulle tante questioni legate alla presenza femminile tra i camici bianchi: l’impatto nei vari settori della medicina e della chirurgia, dall’attività nel 118 a quella ospedaliera a quella odontoiatrica, la scarsa rappresentanza in posizioni di vertice, la violenza sugli operatori sanitari.

Indiscutibile e massiccia la transizione di genere che sta attraversando la sanità italiana: tra i medici le donne stanno rapidamente superando gli uomini, basti pensare che tra gli iscritti ai corsi di medicina il 70% è di genere femminile. «Un ingresso quello delle donne in medicina – spiega Ornella Mancin – che, come è stato detto al convegno, non è neutro, ma portatore di domande che obbligano a ragionare su modifiche dell’organizzazione del lavoro e su nuovi modelli e valori professionali». Cambiamenti significativi nella professione, però, allo stato attuale non se ne sono visti tanti.

C’è, inoltre, un problema di rappresentanza: pur essendo, infatti, numericamente così significative, le donne sono pressoché ininfluenti, occupando solo raramente ruoli di vertice: appena 11, su 107 Ordini in Italia, le donne presidente, nessuna nel Comitato centrale della FNOMceO, rappresentanza quasi nulla nei sindacati, scarsissima all’Enpam e nelle società scientifiche. Una scarsa presenza non legata tanto all’indisponibilità delle donne all’impegno, quanto a un sistema di rappresentatività penalizzante e a una certa tendenza delle donne stesse a sentirsi a traino degli uomini.
«Dal convegno – continua la consigliera OMCeO – è emersa l’idea che le donne medico siano troppo spesso prigioniere di una mentalità che, per emergere, le obbliga a ricalcare le orme maschili, senza riuscire a mettersi in gioco su un piano diverso, capace di riconoscere e valorizzare le caratteristiche di genere».
«La femminilizzazione in atto – ha sottolineato Cavicchi – non ha finora portato cambiamenti significativi. Le donne, se vogliono contare, devono dimostrare il loro valore. È poi necessario aggiornare la deontologia sulla femminilizzazione: pur essendo del 2014, il codice attuale non contiene nulla sul tema. Bisogna aggiornarlo per distinguere il malato secondo il genere, per combattere le discriminazioni di genere, per ripensare l’organizzazione del lavoro, per assumere il genere come valore della singolarità».

Le donne medico, insomma, devono uscire dall’isolamento ed entrare nella questione medica. «Le donne – ha aggiunto Cavicchi – hanno un’evidente capacità di relazione che rappresenta un valore clinico importante. Da questo convegno parte un grido di dolore: ci sono aspetti discriminatori, ingiustizie, immoralità, che vanno colmate. C’è bisogno di una tutela normativa di cui la FNOMCeO deve farsi carico. C’è da parte delle donne la richiesta di poter esprimere le proprie potenzialità».
Ed uscire dall’isolamento significa anche non accettare di occuparsi sempre e solo di temi storicamente di competenza femminile, come la maternità o la violenza di genere, e non chiudersi in recinti di esclusiva competenza rosa, come le commissioni pari opportunità o gli osservatori femminili.

«Le relazioni – ha sottolineato la dottoressa Mancin – hanno evidenziato come le donne medico debbano cominciare a sviluppare un pensiero autonomo, una visone a 360 gradi sulla professione, un pensiero capace di fornire uno sguardo femminile alla questione medica. E c’è soddisfazione per la fase nuova avviata all’interno della FNOMCeO: la professione ha finalmente preso coscienza della propria crisi epocale e si mette in gioco con una progettualità riformatrice. Il pensiero riformatore deve tener conto della doppia specificità di cui è composta la professione oggi».

A spiegare come la Federazione nazionale si sta muovendo sulle donne è stato il vicepresidente, e presidente dell'OMCeO lagunare, Giovanni Leoni. Il Comitato Centrale e il Direttivo della Federazione per il triennio 2018-2020, eletti a fine gennaio 2018 con un gradimento elevatissimo, fino a 1700 voti per il Presidente Anelli su 2000 voti utili e con il 100% della partecipazione dei 106 Ordini d’Italia, sono operativi da circa 3 mesi e mezzo.
Tra le situazioni di emergenza si sono occupati della Violenza sugli Operatori Sanitari: le vittime nei due terzi dei casi sono donne. L‘importante presenza femminile nella professione medica anche in ruoli esposti, come le attività in Guardia Medica o nei Pronto Soccorso, pone ulteriori problematiche di sicurezza per l’inadeguatezza delle sedi in particolare nel Centro Sud.
Gli ultimi episodi di violenza di Catania e di Bari sono stati portati all’attenzione della cronaca grazie al coraggio di due dottoresse di Continuità Assistenziale che hanno partecipato in prima persona al dibattito televisivo sul dramma da loro stesse vissuto.
Il Comitato Centrale della FNOMCeO ha, dunque, delineato la necessità di una capillare partecipazione della rappresentanza femminile in tutte le Commissioni Nazionali, sede del dibattito fondamentale per evoluzione della rappresentanza dei medici italiani.

Dal canto loro, le donne medico chiedono alla Federazione nazionale di lavorare insieme, di poter dare il loro contributo di pensiero sulla professione perché la questione medica riguarda tutti, uomini e donne, e proprio a queste ultime spetta il compito di essere portatrici della specificità femminile.

Tra le relazioni che hanno suscitato il maggior interesse: quella della presidente di Bolzano Monica Oberrauch, che ha raccontato le modalità organizzative nel lavoro che aiutano le mamme, come, ad esempio, gli asili di famiglia; quella della presidente fiorentina Teresita Mazzei, che, parlando di medicina di genere, ha illustrato uno studio fatto ad Harvard sui tanti riflessi positivi che l’empatia delle donne ha sulla guarigione dei pazienti; quella del medico legale dell’asl bolognese Caterina Manca sulla violenza agli operatori sanitari e quella di Maria Luisa Agneni, pneumologa romana sui problemi legati alla rappresentanza.

Durante il convegno bolognese, magistralmente organizzato dal presidente Giancarlo Pizza, più volte si sono accesi i riflettori proprio sulle sempre più frequenti aggressioni in particolare nei confronti delle dottoresse, specie nelle guardie mediche. «Non dimentichiamo – si è detto – che al di là della violenza fisica o sessuale, molte donne medico subiscono molestie, mobbing, aggressioni verbali nei posti di lavoro con penalizzazioni delle carriere e con preclusione a ruoli di maggiore responsabilità. Un sondaggio fatto dall’Ordine di Bologna sulle proprie iscritte dice che il 30% delle dottoresse afferma di aver subito una qualche forma di violenza».

Insomma: c’è molto da rinnovare. Serve soprattutto un cambio di passo culturale in primo luogo tra le stesse donne, per smettere di sentirsi ausiliarie dell’uomo. Lo dicano, le donne medico, come immaginano e vogliono la loro professione: solo così potranno entrarci quei valori tipici, e irrinunciabili, del genere femminile.

Giovanni Leoni, presidente OMCeO Provincia di Venezia
Ornella Mancin, consigliera OMCeO Provincia di Venezia
Chiara Semenzato, giornalista OMCeO Provincia di Venezia

Segreteria OMCeO Ve
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